Dossier » Il sangue delle mille colline

Il genocidio in Rwanda

Presentazione del dossier

by Julca Franceschini

Nel 1994, in Rwanda, non si è consumato solo il terzo genocidio del XX secolo. Dietro ai corpi di uomini, donne e bambini dilaniati dai colpi di machete, accatastati lungo le strade rosse e polverose, sparsi sui pavimenti di chiese e scuole, galleggianti nelle acque dei fiumi e dei laghi del ‘paese delle Mille Colline’, c’è molto di più. Un messaggio, un grido di sdegno sale dalle foto e dai filmati che documentano (a dire la verità solo in minima parte) l’ennesimo orrore africano, le indescrivibili sofferenze patite da oltre un milione di vittime ignorate prima e dimenticate poi dal compassionevole mondo “civilizzato”, se così si può definire un Occidente da sempre più attento ai propri interessi economici che alle conseguenze delle proprie dissennate scelte politiche.


Il sangue delle mille colline - Il genocidio in Rwanda - Presentazione del dossier Per capire i motivi della crudeltà delle milizie Interahamwe, la mancanza di scrupoli dei politici locali nel pianificare la tragedia, la rassegnazione e la collaborazione dei civili hutu agli ideali génocidaires, occorre fare più di un passo indietro nella storia del Rwanda e guardare con spirito critico gli avvenimenti che si sono succeduti dai tempi della colonizzazione tedesca e belga, sino al drammatico aprile del 1994.

Innanzitutto, va ricordato che gli europei giunsero in Rwanda solo nel 1894, nel corso delle ricerche delle fonti del fiume Nilo (le famose Montagne della Luna), e che rimasero stupiti dall’organizzazione di quel paese: le risorse e la morfologia del territorio avevano permesso agli abitanti del luogo di prosperare e col tempo pastori e agricoltori avevano acquisito ruoli e funzioni diverse all’interno della società rwandese. I tutsi erano i pastori e componevano l’aristocrazia che gravitava attorno al mwami (il re), ovviamente dotato di poteri sovrannaturali; mentre gli hutu erano per lo più contadini e, come tutti i sudditi che si rispettino, subivano da parte del sovrano e dei ceti più alti ogni sorta di sopruso. Fin qui la storia del Rwanda non differisce da quella di una qualsiasi monarchia degna di questo nome e probabilmente, senza ulteriori interferenze, si sarebbe anch’essa risolta come per tutti i regimi monarchici prima o poi si risolve: ovvero con una rivoluzione popolare e un nuovo assetto socio-politico. Ma l’arrivo dei Tedeschi prima, e dei Belgi poi, inserì nel delicato equilibrio rwandese una sorta di variabile impazzita che falsò la naturale evoluzione dei rapporti sociali ed esacerbò le divisioni e le ingiustizie. Era il principio a cui tutta la politica dei colonizzatori si ispirava da sempre: “dividere per governare”.

Gli Europei pensarono infatti che sarebbe stato più semplice comandare i Rwandesi se avessero avallato la tesi della superiorità dei tutsi rispetto agli hutu e avessero trovato il modo di amministrare indirettamente il Paese tramite i primi. Fu così che gli uni furono aizzati contro gli altri, lusingati ed educati affinché credessero che era nell’ordine naturale delle cose il loro predominio sugli hutu; mentre, in realtà, i tutsi venivano semplicemente utilizzati da tramite per imporre l’amministrazione belga, cosicché gli hutu, che hanno sempre costituito la maggioranza della popolazione rwandese, attribuissero agli Europei l’apertura di chiese, scuole e ospedali, e all’altra ‘etnia’ gli ordini e le ingiustizie. In altre parole, quella che era nata come una “fisiologica” divisione in classi sociali, divenne ben presto un conflitto tra ‘etnie’ diverse imposto da fattori esterni ed estranei alla cultura e alla comunità rwandese.

La Rivoluzione hutu non si fece attendere e nel 1962 nacque la Repubblica del Rwanda. Certo, il Rwanda ora era libero apparentemente, ma la nuova élite al potere e i comuni cittadini hutu non avevano dimenticato angherie e frustrazioni subite, senza contare il senso di inferiorità che ancora non riusciva a essere estirpato dalle loro coscienze: neppure aver ottenuto il controllo dell’intero paese bastava a cancellare decenni di propaganda razzista. Proprio su questo complesso di inferiorità mai sopito del tutto, e sul timore che esso generava, fecero leva gli estremisti hutu nel 1994 per dare il via al genocidio e, col senno di poi, possiamo dire che niente fu più efficace. Il Rwanda era stato trasformato in una polveriera di odio razziale pronta a esplodere. E così fu.

La falsa ingenuità ostentata recentemente con i mea culpa di Bill Clinton, presidente degli Stati Uniti d’America (e di conseguenza timoniere dell’Onu) ai tempi della tragedia, non è di alcuno aiuto né al popolo rwandese né all’opinione pubblica occidentale: il primo completamente assorbito dall’immane sforzo di metabolizzare l’odio che ha invaso e insanguinato la sua terra, la seconda sempre troppo occupata a leccarsi le ferite e a lamentarsi dell’inflazione. È proprio il totale disinteresse rispetto alle vicende che coinvolgono, e spesso distruggono, altre popolazioni civili il fenomeno che più sorprende intellettuali e sociologi nell’epoca della Globalizzazione con la “G” maiuscola. C’è qualcosa di perverso e assai poco affascinante nella capacità finora tipicamente occidentale, ma sempre più dilagante anche nei Paesi in via di sviluppo, di sfruttare altri esseri umani e altri territori senza limiti di tempo e di spazio fino a comportarne la (auto-) distruzione, senza che la coscienza collettiva o individuale degli aguzzini ne risenta minimamente.

Ben presto ci siamo dimenticati che domande del tipo: “come è stato possibile?”, “chi poteva fermare la carneficina e non lo ha fatto?”, “come potrà il Rwanda dimenticare tutto quell’orrore?”, sono cadute nel vuoto senza una risposta. Le telecamere sono state puntate altrove e forse qualcuno ha tirato un sospiro di sollievo, sapendo che non sarebbe più stato costretto a rendere conto del proprio operato (Nazioni Unite comprese). I film presentati al Festival di Berlino nel 2005 (Hotel Rwanda e Sometimes in April) non hanno purtroppo suscitato l’interesse di pubblico e critica, e sono ben presto spariti dalle programmazioni e dalle distribuzioni internazionali. Anche questo fatto rende sgomenti, e mi riferisco soprattutto a quelle persone che hanno vissuto il genocidio o ne sono state emotivamente travolte e, in un modo o nell’altro, collaborano con Ong impegnate sul campo per ricostruire il Rwanda e lo spirito della sua gente. Questa opera è minacciata, oltre che dall’indifferenza internazionale, anche dagli interessi dei sopravvissuti e della nuova classe dirigente che spesso emergono e si impongono grazie a squallide speculazioni sulla tragedia. E poiché la storia sembra destinata a ripetersi, solo una corretta memoria dell’accaduto (non la richiesta di un impossibile perdono, né l’imposizione dell’oblio) potrà fungere da base per un futuro più sereno e consapevole.